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Pubblicazioni
 

Pubblicazione su “Progetto Domus” del Comune di Palermo (Progetto Quadro Icona),1997.

Tale progetto ha avuto come finalità il dare sostegno a bambini trapiantati di fegato o affetti da malattie epatiche gravi e alle loro famiglie. L’equipe è stata composta da medici, psicologi, assistenti sociali, ospedali, Ausl 6, scuole, che attraverso una metodologia integrata ha prodotto laboratori per migliorare l’assistenza sia fisica che psichica del bambino e del contesto in cui vive.

CRESCERE GIOCANDO INSIEME
Lo spazio. Il tempo. I colori dei disegni impressi sui muri. Voci di bimbi misti al frastuono di sedie e banchi. L’incontro… e il movimento per non sentir più freddo e dar vita al calore dell’essere insieme.
L’utilizzo del corpo come veicolo espressivo di emozioni, paure, sentimenti, desideri altrimenti inespressi, trova la sua massima espressione in assetto gruppale. Il cerchio e il gruppo come spazi metaforici ove tutto è possibile, ove si fondono nascita e morte, potenzialità e disagio, speranza e angoscia: luogo “altro” ove fantasia e realtà, compenetrandosi, danno vita a rappresentazioni mentali e corporee che aprono la via del “nuovo” rispetto ad un dato preesistente, spesso immutabile, quale può essere la condizione di “malato”.
Dar voce a tutto questo è stato l’obiettivo fondamentale dell’intervento psicologico effettuato presso le scuole che ospitano, tra gli altri, bambini epatopatici o trapiantati di fegato. Intervento che non si è posto come risanatore di ogni sorta di trauma, bensì come momento di condivisione e accettazione dei vissuti problematici - o pur tuttavia nella malattia – sani, dei soggetti destinatari di tale intervento.
Condivisione di emozioni, di aperture ad un tempo e di paure ed angosce relative al domani dall’altro, dal sentirsi spesso diversi ma con la voglia e l’energia, con la passione anzi, della fanciullezza e di chi vuole comunque a tutti i costi , perché ne ha diritto, “sfondare” il mondo per poterlo poi “rifondare” a modo proprio.
Giocare, quindi, sul proprio nome e le sue origini, sui sogni terrificanti o pieni di colori che popolano le notti, dar voce al temuto o al desiderato, prendere coscienza dell’impossibile e/o della presenza dell’altro che è con noi, in noi, ora come aiuto, ora come impedimento alla nostra onnipotenza, permette di acquisire su un piano poco invasivo perché ludico, comportamenti nuovi che se pur scontati nel loro messaggio profondo e spesso obsoleto, risultano sperimentati col corpo e con l’altro, creatori di nuovi spazi di riflessione e di cambiamento.
Non si tratta, quindi, di un cambiamento immediato, razionale o ricercato, bensì di aspetti emotivi non quotidianamente verbalizzati, che emergono e fluiscono nel rispecchiamento di sé nel vissuto dell’altro.
Non parliamo, quindi, di bambini diversi: parliamo solo di bambini gli uni uguali agli altri, poiché tutti i bambini hanno possibilità e bisogno maggiore di esprimere “l’interno” in modo più sano e coinvolgente rispetto all’adulto.
Parliamo di bambini, perché chi scrive ha condotto l’intervento e il ricordo che ne ha non è del volto del bambino malato o da iperproteggere, ma di un canto, di un colore, di un suono e di mille altre sensazioni diverse ma armoniche, che possiamo ,forse, in maniera retorica chiamare speranza o in modo nuovo considerare un inno alla capacità e alla volontà di scegliere…la scelta alla vita…

 

 

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