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Lo psicodramma analitico junghiano

 
“Dare un senso alla vita può condurre a follia
ma una vita senza senso è la tortura
dell’inquietudine e del vano desiderio
è una barca che anela al mare eppure lo teme”.
Masters, 1914



Lo psicodramma come tecnica terapeutica nasce grazie all’opera di Jacob Moreno. Vissuto nei primi del ‘900 ideò il “Teatro della spontaneità” che divenne ben presto il punto d’incontro per gli insoddisfatti della psicologia classica e della psicoanalisi. In tale teatro ognuno poteva mettere in scena liberamente i vissuti della propria vita , anche sotto forma di gioco. Questo permette l’espressione del sentimento che permea ogni cosa per il tramite della catarsi a cui segue la consapevolezza del proprio modo di vivere gli eventi sia interiori che esteriori con un successivo riadattamento. Il riadattamento comporta inevitabilmente l’accettazione dell’altro, grazie ai cambi di ruolo che costituiscono un momento saliente dello psicodramma, poiché permettono di vivere il vissuto interiore dell’altro con il quale spesso siamo in conflitto. Pur essendo contemporaneo di Jung non ci sono grandi notizie su eventuali interazioni tra i due grandi terapeuti nel corso della loro vita, pur avendo Moreno riconosciuto a Jung il grande merito di aver portato alla luce l’esistenza dell’inconscio collettivo, ovvero un sostrato psichico comune a tutti gli uomini e permeato del motore fondamentale del movimento psichico, ovvero l’archetipo. Di contro Jung da un iniziale avversione nei confronti del gruppo come tecnica terapeutica, passò gradualmente nel corso della sua vita ad una rivalutazione di esso considerandolo , in fase finale dell’analisi, come necessario all’individuazione e all’adattamento alla società. Individuazione e adattamento furono infatti considerati da Jung come una coppia di opposti.
Molti analisti junghiani oggi utilizzano lo psicodramma come tecnica analitica sia in seduta singola che in sedute di gruppo attraverso la doppia modalità del gioco psicodrammatico e della successiva elaborazione analitica sulla base della teroresi junghiana. Il gruppo visto sotto la matrice foulksiana, dove individui e matrice culturale si accomunano, diviene quel maggese ove da un lato emergono gli archetipi sottostanti che alla cultura si legano, e dall’altro essi esprimono il daimon e , quindi, il progetto di ognuno in questa vita.
In gruppo, dopo una fase iniziale di attività di riscaldamento necessaria per fondare la “matrice di gruppo” che permette l’affidamento all’altro, vengono via via messi in scena esperienze di vita, sogni, conflitti interiori, desideri, traumi della propria infanzia. Attraverso la figura del doppio (che è sempre svolta dal terapeuta) il protagonista prenderà consapevolezza del proprio vissuto interiore attraverso l’espressione delle emozioni, spesso rimosse, che incistate, hanno invece, determinato disagio o malattia. E mentre il doppio fa da ponte tra la coscienza e l’inconscio, il cambio di ruolo determina, invece, la presa di coscienza del mondo al di fuori di noi e quindi la maggior presa di coscienza di come l’altro vive i nostri comportamenti e stati d’animo. La parte finale riguarda la restituzione da parte del gruppo circa i contenuti emersi e da qui prende avvio l’elaborazione analitica della sessione.
Lo spazio psicodrammatico diviene, in tal modo, una sorta di temenos - ovvero recinto sacro - ove tutto lo scenario psichico può prendere forma e dove a differenza della terapia verbale l’acting out, ovvero il passare all’azione, è auspicato piuttosto che represso. Dunque, la parola non ha più il primato, bensì l’immagine psichica che prende corpo attraverso l’azione modificando a ritroso, nel soggetto, l’azione originaria stessa.

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